Indice dei contenuti

Arpignano nel Medioevo

01
Nella località Arpignano, poco al di sopra dell’’antica strada che collegava questa parte di territorio con Olevano e Montecorvino, fu fondato da un Arpinus (1) un fundus con relativa abitazione, depositi per i prodotti agricoli e stalle per gli animali domestici. Collegato con i vicini fundus di Maiano, Fontigliano e Marzana, era dotato di una sorgente perenne che garantiva un approvvigionamento idrico per tutto l’anno. Il nucleo abitativo era al centro di una vasta proprietà, diretta dal conductor locale, abitato da manodopera servile e da allevatori di bestiame. Rappresentava, insieme a Maiano e Pezza, fra il tardo antico e il periodo latino medievale, una vasta area umanizzata fra Olevano e Montecorvino. È molto probabile, quindi, che ci sia stata in questo periodo una certa continuità abitativa, nonostante la lunga e perdurante crisi protrattasi dal VI al VII secolo.
L’antico prediale di Maiano, appartenente a un Maius, latifondista romano o salernitano, era sito poco al disopra di Arpignano, vicino alla detta strada antica e contiguo a una sorgente d’acqua chiamata in seguito Fontana di Mazzeo. Il fundus rappresentava il relitto toponomastico di una vasta area montana con peculiarità silvo pastorali e dalle caratteristiche poderali di una grande proprietà rurale. Il centro aziendale, probabilmente, era costituito da una piccola villa rustica, fortificata e in posizione rialzata rispetto all’antico tratto viario romano. Le modalità di insediamento erano simili al vicino fundus di Arpignano con il quale condivideva l‘estesa area agraria di Pezze.
02
L’invasione longobarda e l’insediamento di una fara a Piano Antico causarono l’abbandono dei due fundus romani e l’emigrazione dei suoi abitanti verso i vicini abitati di Olevano e Montecorvino. Le sue caratteristiche agrarie e la ricchezza di acqua favorirono una certa ripresa agraria e abitativa negli ultimi secoli del dominio longobardo. Pur non avendo toponimi in merito, la presenza del termine Guarno (2) e alcuni sporadici ritrovamenti di monete del periodo ci fanno ipotizzare che questa nuova colonizzazione abbia avuto una certa durata anche nel periodo normanno svevo.
Il piccolo nucleo demico era inserito nel Feudo di Olevano, appartenente all’Arcivescovo di Salerno, il quale come era consuetudine concedeva in feudo vari terreni e fondi agrari. Nel febbraio del 1221 assegnò al suo cuoco Costantino della Scala alcune terre in Olevano e precisamente nelle contrade Lucignano, Rupi, Fratta e Arpignano. (3) Il nostro villaggio era composto, probabilmente, da una serie di piccole abitazioni rurali con terreni coltivati a vigna intorno e da una serie di piccoli viottoli, che collegavano queste modeste abitazioni con la chiesa di S. Matteo. Come era consuetudine per tutte le chiese rurali, anche S. Matteo era il luogo di incontro degli abitanti del borgo, aveva un rettore istituito ed era dotato di un altare e un piccolo cimitero. Nel 1309 il Beneficiato era d. Pietro de Acerno che pagava al sub collettore delle decime papali oncie due. (4) In più era tassata per le offerte dei fedeli per tarì III, (5) cifra modesta ma comunque indicativa di una presenza, anche se in numero esiguo, di abitanti residenti in loco.
03
La proprietà dei vari terreni era nella mani di forestieri, legati dal vincolo di vassallaggio all’Arcivescovo Feudatario. Nella vicina località di Cannito, nel 1341, l’Arcivescovo Benedetto concede in feudo un terreno al giudice Corrado De Abinente di Olevano. Alcuni decenni dopo, nel 1364, (6) l’Arcivescovo pro tempore riconferma la concessione feudale per premiare, probabilmente, il giudice per i “servigi” prestati alla Chiesa di Salerno nel feudo di Olevano. Nella medesima località il successivo Arcivescovo Guglielmo concede ben due terreni in feudi, consistenti in vari coltivi e boschi di querce. (7) Il quadro agrario e che emerge dai dati documentali della seconda metà del secolo indicano la presenza di vasti terreni a bosco e prato intorno al villaggio e di fondi agrari nell’abitato, coltivati a vigna, olivi ed altri “alberi fruttiferi”. I proprietari di questi terreni, come abbiamo visto in precedenza, sono sia forestieri sia locali. Fra gli allodieri di Arpignano troviamo un certo Sciarra (8) e Muzzolo Biancamano, il quale nel giugno 1397 vende ad Antonio Picaturo di Acerno una terra con vigna, olivi ed altri alberi fruttiferi per ben “11 oncie d’oro, pagati in carlini d’argento della moneta di Sicilia”. (9 La cifra considerevole e la qualità del fondo rappresentano un dato sorprendente sia per il periodo sia per luogo, ritenuto da molti storici villaggio abbandonato e insignificante. Ancora più sorprendente è la volontà dell’acquirente di trasferirsi da Acerno ad Arpignano, pagando una cifra considerevole per un “arbosto misto” montano e isolato rispetto agli altri centri di Olevano. Evidentemente la posizione elevata e difendibile, favorì nel corso del Trecento la costituzione di due o più nuclei accentrati, intorno alla chiesa di S. Matteo e vicino alla due fontane sorgentifere. Questa abbondanza di acqua e la mancanza di irreggimentazione convinse, probabilmente alcuni decenni dopo, un certo Mazzeo, locale terriero, a fabbricare una fontana con relativa ”pescheria”. (10) Le due strutture idrauliche, (11) avevano, quasi sicuramente, una serie di piccole vasche e lavelli utilizzati per uso domestico, per lavare panni ed alimenti, irrigare gli orti e far bere le pecore, i buoi, le vacche, i maiali e altri animali da cortile.
04
Nel corso del ‘400 assistiamo a una intensa e proficua opera di dissodamento delle terre vergini e una trasformazione parziale dei coltivi, attraverso l’impianto di varie piante da frutto e di olivi. (12) In questo quadro di bonifica e messa a coltura, un ulteriore aiuto all’economia del casale fu dato dalla pastorizia e l’allevamento dei maiali e di animali da lavoro, che contribuì attraverso la concimazione e l’utilizzo dei buoi e degli asini a una maggiore produttività. Questa progressiva e intensa attività agricola pastorale avvenne grazie all’abnegazione e i sacrifici della popolazione locale e dei piccoli proprietari del luogo, i quali per integrare i magri raccolti, prendevano in fitto le terre dei vari enti ecclesiastici e dei concessionari feudali di Olevano e Montecorvino. Il progressivo aumento del tono economico favorì la crescita socio economica e demografica, con l’arrivo di nuove famiglie contadine da altri siti. Questi nuovi arrivati insieme alle vecchie famiglie residenti ottennero, probabilmente negli anni ’40 o ’50 del secolo, l’elevazione a parrocchia di S. Matteo. (13) Fra le motivazioni che spinsero l’Arcivescovo e la sua curia a istituire un prete con funzione di parroco vi erano le mire espansionistiche del vicino vescovato di Acerno e la volontà, probabilmente, di alcuni abitanti di entrare nell’orbita del vicino distretto parrocchiale di S. Eustachio. Parte dei proprietari e Beneficiati, infatti, erano di Montecorvino ed erano legati spiritualmente ed economicamente al Vescovo di Acerno, proprietario di una vasta zona boschiva che arrivava fin sopra il casale. In base alla documentazione fin qui analizzata si può ipotizzare che fra le famiglie residenti durante il secolo ci siano i Biancamano, Picaturo, Sciarra, Mazzeo, Canito, Francisco e Buccardo.
05
Come abbiamo visto l’intero villaggio apparteneva alla diocesi di Salerno ed era parte integrante del Feudo della Mensa di Salerno. I suoi abitanti si dichiarano di Olevano e frequentavano sia I vicini villaggi olevanesi sia Montecorvino a cui erano legati da stretti rapporti di amicizia e di parentela. I confini territoriali in nostro possesso, invece, indicano che Arpignano era parte integrante del Tenimento di Montecorvino già nel 1370. (14) La descrizione, infatti, indica il limite fra le due Università nei due valloni posti fra la cima del monte Foresta e il fiume Cornea. Tale limite territoriale fra Olevano e Montecorvino è confermato anche nei secoli successivi, quando i due siti vallivi vengono chiamati rispettivamente Francisco (15) e Tarazza. Quindi in base a questi documenti e assodato che Arpignano si trova ad Ovest del vallone Francisco, il nostro villaggio era nel “Tenimento di Montecorvino”.
06

Note

  1. “ … Padroni di interi ettari di terra fra Olevano e Montecorvino sono Arpinus, Maius e Frosius”. P. Natella, Studi Olevanesi, in “Euresis” 1990.
  2. “28 febbraio 1562: Pietro Angelo Frecena assegna al Magn. Innocenzio D’Alessio una terra con alberi di querce et altri alberi fruttiferi, sita nel loco detto lo Guarno in casale Arpignani, pertinente Olibano, confinante con altri beni detto Magn. Innocenzio, via pubblica et altri. In cambio riceve un olivito con alberi di olivi, sito nel luogo detto Santo Belardino, pertinente Montecorvino e proprio do la Chianello, confinante con Joe Cerasi, Santo Belardino et altri”.
    A.S.S., notaio F. D’Alessio, B. 3252.
  3. C. Carucci, Codice Diplomatico Salernitano sec. XIII, I, Subiaco 1931-1946, p. 137.
  4. M. Inguanes – L. Mattei Cerasoli . P. Sella, Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania, città del Vaticano – Biblioteca Apostolica MDCCCCXLII, 399, n. 5900.
  5. Ratio Dec., op. cit., 447.
  6. A. Balducci, L’Archivio diocesano di Salerno, Salerno 1959, pp. 60.61.
  7. Concessione ad Enrico De Ligorio, Reg. Mensa n. 33. A. D’Arminio – L. Scarpiello – C. Vasso – R. Vassallo, Toponomastica storica montecorvinese, Battipaglia 2001, p. 122.
  8. “30 luglio 1559: Giulio e Simone de Cunzolo di Arpignano, Terra di Olibano, donano a D. Innocenzio D’Alessio, di Montecorvino, una terra con cerze e altri alberi fruttiferi, sita nella terra di Olibano e proprio ubi dicitur la Macchia di Sciarra, confinante con S. Maffei de Arpignano”.
    A.S.S., notaio F. D’Alessio, B. 3251.
  9. “17 giugno 1397 Olibani
    Muzzolo Biancamano, figlio del fu Pietro Biancamano, vende ad Antonio Picaturo di Acerno, figlio del fu Giovanni Picaturo, una terra con vigna, olivi ed altri alberi fruttiferi, sita nelle pertinenze di Olibano nel casale Arpignano per 11 oncie d’oro, pagati in carlini d’argento della moneta di Sicilia computando 60 carlini per oncia”.
    C. Carlone, I regesti delle pergamene di Eboli, Salerno 1986, p. 69.
  10. “26 giugno 1767 Ferrari
    Il Sign Carmine Antonio Meo vende vari beni al Sign. D. Crescenzo Corrado.
    Item due pezzi di oliveti e territorio vacuo e con cerze, con fontana dentro, chiamata di Mazzeo, uno contiguo all’altro, siti e posti nelle pertinenze dello Stato di Montecorvino, nel luogo chiamato Arpignano, o sia Fontana di Mazzeo, confinante alla parte di sotto con il territorio di Domenico Leo, comune et indiviso col Rev. Capitolo di S. Pietro, con i beni del Sign. Carlo Sparano, anche dalla parte di sotto, dal lato verso Levante con il Venerabile Monistero della SS.ma Annunziata dei Servi di Maria di detto Stato, da sopra e dall’altro lato con i beni della Venerabile Confraternita del Sacramento e Rosario di S. Eustachio, con altri beni del predetto Capitolo di S. Pietro”.
    A.S.S., notaio S. Corrado, B. 3353.
    “1729: Beni della Chiesa Collegiata di S. Pietro
    Item un territorio di tom. 20 in circa con terre seminatorie e mortelleto nell’accennato luogo delle Pezze, quale confina dalla parte di oriente coll’acqua, che scende dalla Fontana di Mazzeo, e divide colli beni della SS.ma Annunziata di Montecorvino, e gli beni del Sign. Moscati della terra di Serino insino a Capo lo Cagniulo di detto Vallone, da mezzogiorno confina colli beni della macina di piedi, e divide con un limite, corrispondente ad un termine di pietra nel mezzo di detta terra posto, dalla parte di occidente confina colli beni delli Perilli, al presente Giuseppe Pozzuto e di Antonio Morrella, quale confina anco a mezzogiorno, da ponente lo vallone, o Resino , che divide dalli Signori Filippo ed Andrea De Angelis, seu detto Serra Arsa, e da tramontana confina colli beni delli detti Signori De Angelis”. Archivio di San Pietro di Montecorvino, Libro Campione n. 16, p. 70. B. D’Arminio – N. Fortunato, Il patrimonio della insigne Collegiata di S. Pietro di Montecorvino Rovella, Salerno 2011, p. 65.
  11. La seconda potrebbe essere nel luogo detto la Padula.
    “3 giugno 1560: I fratelli D. Vincenzo e Hieronimo De Rosa di Acerno vendono alla Magn. Cornelia Nigro di Montecorvino una terra con querce, sita nella Terra di Olibano e proprio ubi dicitur la Padula, nei pressi di Arpignano e Maiano, confinante con detta Magn. Cornelia, per un prezzo di duc. 12”. A.S.S. notaio F. D’Alessio, B. 3251.
  12. “13 marzo 1456 in Palatio Salernitano
    Nicola, Arcivescovo di Salerno, assegna a Jacobo de Santa Maria di Pugliano, in sostituzione del vecchio Beneficiato, il presbitero Antonio de Persio di Eboli, commorante a Montecorvino, un olivito sito a Montecorvino, nel luogo detto li Birri, bono Sapatilli Maurilli, Antonelli de Nuzzillo di Montecorvino; un altro Olivito nel loco Arpignano, pertinente Olibani, bono Pietro de Buccardo, Marci de Canito et Angelo de Canito. All’atto è presente D. Paolo Sammartino di Montecorvino”.
    A.D.S., Benefici e Cappelle 1374-1568, coll. n. 244.
  13. “Anni ’50 del Quattrocento: Item viene assegnata al detto Don Guarna Celestino di Pugliano per la morte del venerabile viro presbitero Nicolao Magistro Morecta de Montecorbino, ultimo e immediato Beneficiato, la metà di un olivito seu Jure, sito nella terra di Olibano, in casali Arpignani, Nostra Diocesi Salernitana, giusto via pubblica, giusta i beni parrocchiale ecclesia Santi Maffei de Arpignano et alio confine. Detto olivito seu Jure Beneficio e in comune et indiviso con l’altra metà del presbitero Angelo Di Nardo di Acerno, habitator Olibano et Damiano Canito de Olibano, per la morte del fu presbitero Jovanni Cerque de Montecorbino, ultimo e immediato Beneficiato”. A.D.S., Ben. E Cappelle Mont. Pugliano – S. Tecla 1374-1568, coll. n. 244.
  14. “ A parte orientis incipit loco ubi dicitur Antiquus descendendo versus dictam partem orientis per montaneas propre ipsum locum et vadit per montaneas, quae dicitur Forcellata, et descendendo per ipsa montaneas per dicta partem orientis usque ad serram quae dicitur Serra Ventola, descendendo per vallonem, qui dicitur Francisco, quae acqua decurrit per ipsum vallonem, et vadit usque ad fluvium correntem, descendendo per vallonem ipsam parte orientis , quae aqua eiusdem fluvij correnti, descendendo usque ad fluvium Tusciani ..”A.D.S., Reg. Mensa n. 33. A. D’Arminio – L. Scarpiello – C. Vasso – R. Vassallo, Toponomastica storica montecorvinese, op. cit., p. 122.
  15. “5 ottobre 1562: Pietro de Notare di Olibano vende a Diomede De Alessio di Montecorvino un olivito sito e posto nel luogo detto lo Vallone di Francisco, pertinente Montecorvino e Olibano, confinante con il Compratore a due parti, il Venditore e Joe Beneditto De Alessio, per un prezzo di duc. 15”. A.S.S., notaio F. D’Alessio, B. 3252.
  16. “27 luglio 1561: I nobili Pomponio, Orazio, Ludovico e Joe Jacobo de Urso, della terra di Olibano, vendono in perpetuo al Magn. Innocenzio de Alessio, di Montecorvino, due crediti di duc. 10 l’anno sopra la foresta detta Maiano, sita nel loco detto Maiano, pertinente Olibano, confinante con la Tarazza, per un prezzo di duc. 100”. A.S.S., notaio F. D’Alessio, B. 3252.
A cura di Gregorio Soldivieri

L’invaso di Chiararso

01
Istigato dall’insistenza del mio amico Lazzaro e persuaso dalla mia personale curiosità per siti medievali siamo andati alla scoperta di un luogo difficile da vedere ma ancor più difficile da interpretare. Siamo in località Chiararso nel Comune di Montecorvino Rovella nel Salernitano. Dopo una breve passeggiata ci siamo allontanati dalla strada carrozzabile e siamo scesi fino al letto del fiume Cornea. Il fiume Cornea nasce dalle montagne che sovrastano il Comune di Montecorvino e si immette nel fiume Tusciano. Il fiume scende con una notevole pendenza e questa semplice osservazione mi ha indotto a delle conclusioni che in seguito andrò a descrivere. Spesso questi luoghi in totale abbandono sono ricoperti di vegetazione, in questo caso la natura si è quasi appropriata di tutto di ciò che gli avevano estirpato.
02
Quello che si pone ai miei occhi è sicuramente un luogo interessante di difficilissima interpretazione perché l’unica cosa che esce fuori dalle piante che oramai lo hanno sepolto è la parte superiore di un muro che spunta e sovrasta il contesto.
Il primo approccio e anche il più semplice è stato quello di camminare sulla parte più alta del muro cercando di trovare tracce di qualche copertura o almeno di ciò che restava di incavi di travi. Niente da fare, l’idea della copertura si è subito volatilizzata, anzi in alcuni punti labili tracce di intonaco mi hanno portato a pensare che questo in realtà non era un edificio.
03
Allontanandomi dal muro e cercando di eliminare l’erbaccia che lo sovrastava, mi ha incuriosito un elemento che poi è diventato un altro tassello del mio pensiero. Dalla sommità, dopo un salto verso il basso di circa un metro e mezzo un gradone di una larghezza di circa 20 cm per tutta la lunghezza del muro sovrastante fa quasi da contrafforte, dopo una seconda escursione scendendo ancora più giù un altro contrafforte è posto più in basso.
04
A questo punto scendiamo alla base del muro, la mia curiosità si alimenta con le difficoltà che vi assicuro sono considerevoli. Mi porto alla base del muro che ho visto prima esattamente sulla sponda destra del Cornea, il muro da sotto cambia aspetto.
05

Incomincio a farmi un’idea

Il fiume ha diviso il muro in due parti, praticamente lo taglia in due sezioni. La vista del muro molto più evidente sulla sponda sinistra da ancora un’altra lettura ma che costituisce le basi per le mie deduzioni su questo sito.
06
Il fiume ha scavato nel muro, si è creato un varco, lo ha demolito, e demolendolo ha messo in evidenza la sua funzione. Quello che salta agli occhi guardando questa struttura e che sicuramente stiamo parlando di due muri uno sull’altro costruiti in epoca differente ma per un solo scopo. In una prima fase, il muro sottostante da solo fungeva alle sue funzioni, questo lo deduco anche dall’enorme spessore di circa 5m. Guardando la foto ricavata da Google Earth i due muri sono ortogonali al fiume anzi sono stati costruiti subito dopo un’ansa.
07
Giusto per creare ancora più scompiglio, mi viene fatta vedere una planimetria che risale ai primi anni del 1900 dove il lato sinistro del muro in oggetto lambisce/tocca una casa di cui oramai non vi è più nulla. Attualmente un vigneto copre totalmente il terreno senza alcuna traccia dell’edificio, è possibile intuire che una notevole frana l’abbia coperto.
08
Tornando al mio posto di osservazione, quello alla base del muro in riva al Cornea dove si vedono i due lembi di muri tagliati in due dal fiume i miei occhi notano che un muro di buona fattura poggia su un altro muro più vecchio. La divisione evidente è dettata proprio dallo stato di conservazione, dallo spessore, dalla tessitura e dall’intonaco che ricopre il muro superiore ma che non ve n’è traccia a quello inferiore.
09

“I muri in pietra naturale utilizzavano le pietre di risulta, pietre non lavorate proveniente da scavi nei terreni e affiorati magari dopo aver arato il terreno. Un tempo l’aratura del terreno faceva affiorare varie tipologie di pietra e dopo averle scartate si selezionavano mettendo da parte le pietre calcaree e quelle tufacee scartando invece la pietra arenaria e quella silicea.”

Il muro superiore e la sua tipologia costruttiva è la parte maggiore dell’intera opera, mentre quello di sotto con il suo enorme spessore ha fatto da fondamenta.
10

Conclusione

Siamo alla fine del xv sec. i territori collinari non consentono lo sviluppo di culture intensive. Negli ultimi decenni del xv sec. l’arte della lana costituì il mezzo più adatto per raggiungere un certo benessere economico, grazie soprattutto alle acque dei fiumi che scendendo dalle montagne alimentavano le gualchiere, i mulini, le tintorie e gli altri opifici. Il fiume Cornea si prestava sicuramente a tale funzione e come risulta ancora oggi tante erano i mulini lungo il suo corso. La casa oramai scomparsa sul lato sinistro del Cornea molto probabilmente era un mulino o una gualchiera che si alimentava grazie alle sue acque. I muri possenti che abbiamo analizzato descrivono la realizzazione di un invaso in due tempi diversi.
11
Il primo invaso è stato creato in poco tempo sul lato del fiume destro senza toccare il letto del fiume questo lo si deduce dal muro dell’invaso, non hanno puntato tanto sul manufatto ma hanno compensato con lo spessore del muro. La curva del fiume prima dell’invaso è stata creata subito dopo la costruzione dello stesso. Il fiume in quel punto non aveva nessuna curva e lambendo il fabbricato sicuramente alimentava una ruota di mulino, ma l’afflusso non era controllabile in caso di piena. Quindi la soluzione più ovvia è stata quella di costruire l’invaso per controllarne la velocità e il flusso. Forse perché la portata idrica era aumentata o forse per un eventuale cedimento, dopo alcuni anni si è costruito il muro superiore andando ad usare una tecnica più consona ad una diga (scaloni a decrescere) che ad un invaso, ovviamente l’ampliamento significava anche il controllo del flusso magari con un sistema di caditoie. Non vi è nessuna traccia, ma data la vicinanza del muro in questione all’edificio oramai scomparso si può dedurre che il muro facesse anche da canale portando l’acqua verso il mulino.
12

“Queste deduzioni sono scaturite da un’attenta lettura dello stato dei luoghi ma non supportate da analisi archeologiche e geologiche, pertanto ciò che si è scritto non è assolutamente vincolante anzi vuole essere da sprone ad analisi più dettagliate e specifiche magari coadiuvate da tecnici ed esperti del settore.”

Gregorio Soldivieri